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martedì, maggio 04, 2004
Quegli "ambientalisti" che mangiano carne...
Si risparmia piu' acqua rinunciando a mezzo chilo di manzo che a non fare la doccia per un anno
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Molte prove dimostrano come l'alimentazione basata sul consumo di carne sia negativa per l'ambiente, aggravi il problema della denutrizione nel mondo, sia crudele con gli animali e danneggi la salute....Come mai allora non c'è un maggior numero di ambientalisti che diventa vegetariano? Il numero di gennaio-febbraio 2002 di E/The Environmental Magazine, autorevole pubblicazione ambientalista americana, affronta un aspetto controverso di un movimento, che (in tutto il mondo) sembra non vedere come la produzione di carne e l'allevamento intensivo costituiscono, come affermato con incisivita' dalle parole del professor Peter Cheeke del dipartimento di agricoltura dell'Oregon State University, "un attacco frontale all'ambiente". Se gli ambientalisti non sposano le ragioni dei gruppi per la difesa dei diritti animali, in quanto le considerano troppo emotive, se non valutano i fattori di rischio per la salute, ne' le conseguenze di aggravamento del problema della fame nel mondo, non possono chiudere gli occhi di fronte alla distruzione dell'ambiente. In nessun momento, prima di oggi, diventare vegetariani è stato così semplice e in nessun altra situazione una simile scelta sarebbe più opportuna (se non obbligatoria) per gli ambientalisti. Le prove dell'impatto negativo sull'ambiente come risultato del diffondersi e del persistere di un'alimentazione basata sull'utilizzo di prodotti animali emergono con forza sempre maggiore, contemporaneamente alle conseguenze mediche dell'allevamento intensivo, che favorisce la diffusione di patologie legate al consumo di carne. Il primo caso di "mucca pazza" in Giappone, rilevato di recente, ha causato un crollo delle vendite e un cambio di abitudini alimentari da parte di moltissime persone. Tutto ciò accade in un periodo in cui il consumo di carne sta raggiungendo livelli da record: negli ultimi 50 anni è quadruplicato, ci sono 20 miliardi di capi di bestiame che occupano più del triplo dello spazio della popolazione umana. Secondo il Worldwatch Institute, il numero di bovini destinati all'alimentazione e' aumentato del 60 per cento dal 1961, nello stesso periodo la quantità di polli e tacchini è quadruplicata e, dal 1970, il consumo di manzo e di maiale e' triplicato negli USA e più che raddoppiato in Asia. Produzione e consumo di carne crescono decisamente, anche se ogni aspetto del "ciclo produttivo" (dalla creazione continua di aree per il pascolo, all'assurdita' del voler destinare - in un mondo con enormi problemi di denutrizione - rilevantissime quantita' d'acqua e di cereali ad animali "da carne", all'inquinamento causato dagli allevamenti intensivi) rappresenta un disastro ambientale con ampie, e a volte catastrofiche, consequenze.
Per individuare i contorni della situazione e' sufficente considerare che: - la sola produzione di carne bovina, negli Stati Uniti, utilizza una quantita' d'acqua maggiore di quanta ne viene impiegata per coltivare tutta la frutta e la verdura della nazione - le deiezioni provenienti dagli allevamenti intensivi USA (EPA 1996) inquinano l'acqua più di tutte le altre fonti industriali raggruppate - piu' di un terzo dei combustibili consumati negli USA, e' utilizzato per l'industria della carne. - la produzione di una sola hamburger richiede la medesima quantita' di combustibile che servirebbe a percorrere in automobile circa 50 chilometri - si risparmia piu' acqua rinunciando a mezzo chilo di manzo che a non fare la doccia per un anno.(John Robbins The Food Revolution)
Alla luce di solo alcune delle conseguenze della produzione e del consumo di carne, volendo di proposito trascurare il crudele sfruttamento degli animali e la ricerca di un mondo in cui siano equamente distribuite le ricchezze, non e' davvero giunto il momento, anche per chi si professa ambientalista, di diventare vegetariano per tentare di garantire al pianeta un, ahime' sempre più improbabile, futuro?
Tratto da: guide.supereva.it/veganismo |
martedì, marzo 23, 2004
L'acqua del rubinetto supera la prova del gusto
Nella Giornata Internazionale dell'Acqua Legambiente mette alla prova gli abitanti di cinque città italiane
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La prova del gusto è chiara e trasparente. Pescando l’acqua da caraffe anonime e affidandosi al palato è quasi impossibile distinguere al primo assaggio l’acqua di rubinetto dalle acque minerali. Nemmeno 2 italiani su 10, infatti, sono riusciti al primo colpo a individuare quale era l’acqua imbottigliata e quale quella uscita dalle tubature domestiche. Lo dice un singolare test effettuato da Legambiente in 6 città italiane (Milano, Roma, Napoli, Palermo, Foggia) che, tra ieri e oggi e in occasione della Giornata Internazionale dell’Acqua indetta dall’Onu, ha invitato gli abitanti di questi centri urbani alla prova del “nove”. In un Paese che consuma enormi quantità di acqua minerale è possibile riconoscere al palato quale è di rubinetto e quale no? Ci riesce solo il 14% degli italiani. A Roma ad esempio solo il 18,5% dei cittadini ha individuato l’acqua di rubinetto, più di 4 su 10 hanno confuso la minerale per l’acqua del Comune. Simile risultato anche a Napoli dove circa il 30% degli intervistati indica l’acqua del rubinetto come quella dal sapore più gradevole. Anche a Milano meno del 20% degli intervistati riconosce l’acqua minerale. A Palermo addirittura il 90% degli intervistati non ha trovato differenze tra i diversi tipi di acqua che ha bevuto e ben il 60% ha indicato l’acqua di rubinetto come quella dal sapore più gradevole. Anche i “sommelier dell’acqua”di Foggia nella prova al buio hanno dichiarato di gradire di più l’acqua del rubinetto. Ma cosa voleva dimostrare questo test? Per prima cosa, sfatare la convinzione che l’acqua in bottiglia è più buona di quella che si consuma a casa. Ma contestualmente anche mettere in luce l’enorme impatto ambientale rappresentato dal mercato delle minerali. Un impatto che deriva dalla grande quantità di imballaggi prodotta – circa 5 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno – e da un assurdo peregrinare delle bottiglie da nord a sud del Paese. Per trasportare l’acqua minerale prodotta ogni anno servono infatti 300mila Tir. Eppure proprio il nostro Paese è in testa alla classifica dei consumatori di acqua minerale. Il 72,4% degli italiani infatti beve più di mezzo litro di acqua minerale al giorno e in media una famiglia spende per questa circa 18 euro al mese. “Con questa prova d‘assaggio – ha dichiarato Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente – abbiamo voluto dimostrare che in realtà il business dell’acqua minerale si regge su una quasi totale carenza di informazione e buona dose di pregiudizi, come quello che l’acqua in bottiglia è più salubre, che contiene meno sali, che si mantiene più pura rispetto a quella dell’acquedotto e che non è poi tanto cara”. Se l’acqua del rubinetto supera così la prova del gusto, sull’impatto ambientale non c’è proprio confronto. L’acqua minerale inquina di più, a partire dalle bottiglie di plastica che la contengono fino ad arrivare agli spostamenti per trasportarla. Ogni italiano consuma circa 172 litri di acqua minerale in un anno e questo vuol dire che consuma in media 90 bottiglie di plastica e una trentina di vetro. Contando l’Italia 55 milioni di abitanti si calcolano quasi 5 miliardi di bottiglie di plastica da smaltire ogni anno. “Se si tiene conto - continua Della Seta - che la raccolta differenziata della plastica riesce ad intercettare solo una parte delle bottiglie, è evidente che il quantitativo di spazzatura che finisce in discarica è enorme e ogni anno bere ci costa circa 1 milione di metri cubi di discariche”. Per non parlare degli spostamenti, molto spesso del tutto irrazionali, dovuti al trasporto su gomma delle bottiglie. L’acqua minerale viene venduta spesso in luoghi molto lontani dalle zone di produzione e se un camion può trasportare circa 26500 litri (17667 bottiglie da 1,5 litri), per questa operazione sono necessari ogni anno oltre 280.000 viaggi. “L’emergenza idrica che tutto il pianeta deve affrontare – conclude Della Seta - ci pone di fronte alla necessità di rivedere i nostri comportamenti e le nostre abitudini. Crediamo infatti che l'iperconsumo di acqua minerale in bottiglia sia dannoso sia per l’ambiente che per il portafogli degli italiani e influisca in modo negativo sulla gestione degli acquedotti lasciando che patrimonio pubblico scompaia per lasciare spazio alla ben più costosa acqua con tanto di marca e bottiglia”. Fonte: Legambiente |
Prestito libri a pagamento nelle biblioteche d'Europa? No, grazie!
Dalmine (Bg): Saponaro promuove una mozione in consiglio comunale contro la decisione dell'Unione Europea
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Il Presidente del Consiglio Comunale di Dalmine, Marcello Saponaro, ha promosso la presentazione di una mozione che sarà depositata lunedi' in Consiglio dopo aver raccolto la firma di tutti gli altri capigruppo della maggioranza e dell'opposizione. La mozione riguarda la decisione dell'Unione Europea di aprire un procedimento di infrazione contro alcuni Stati membri, tra i quali l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Irlanda, il Portogallo e Lussemburgo che attuano una politica di "prestito gratuito dei libri" nelle biblioteche pubbliche. Secondo l'Unione Europea, infatti, la corresponsione del diritto d'autore al momento dell'acquisto dei libri non e' sufficiente. L'Unione vorrebbe che il diritto d'autore venisse corrisposto ogni qual volta una biblioteca pubblica, comunale, universitaria, scolastica, presta un libro. "E' una grave limitazione del diritto al sapere - dichiara Marcello Saponaro, Presidente del Consiglio Comunale -. L'Europa parte dal presupposto che le biblioteche sono nocive per gli interessi degli editori e degli autori perche' non corrispondono i diritti d'autore ad ogni prestito, ma non è vero - prosegue Saponaro - perchè le biblioteche promuovono la cultura, lettura e l'amore per i libri. Le biblioteche permettono, inoltre, a un libro di rimanere "in circolazione" molto di più di quanto non lo rimanga nelle librerie, consentendo così a tanti autori di non venire dimenticati. Il bilancio delle biblioteche pubbliche - dice il Presidente del Consiglio Comunale - è sicuramente a favore degli autori e degli editori ma, soprattutto, e' a favore della gratuità della Cultura. "No possiamo - conclude Saponaro - privatizzare persino la Cultura, più di quanto non lo sia oggi. La cultura deve anzi essere promossa ad ogni livello. Le biblioteche vanno sostenute, abbellite, rese, ancor più luoghi di incontro e discussione." La mozione, dopo che sarà stata sottoscritta da tutti i capigruppo consiliari sarà presentata in Consiglio Comunale per l'approvazione, mi auguro, unanime da parte del Consiglio Comunale. Le firme indicate sulla mozione, pur avendo contattato telefonicamente i consiglieri, non sono ancora depositate ufficialmente. Per maggiori informazioni: Marcello Saponaro 335 1218378
MOZIONE
Premesso che Dopo la condanna del Belgio, il 16 gennaio la Commissione europea ha avviato un procedimento di infrazione contro Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda affinché siano modificate le legislazioni e i regolamenti attuativi di questi paesi che prevedono attualmente la gratuità del prestito pubblico effettuato da biblioteche e altri enti pubblici.
Visto che in Spagna, in Italia e in Portogallo è in atto una mobilitazione in difesa del mantenimento dell'esenzione del prestito bibliotecario da qualsiasi tipo di "tassazione".
Considerato che Le biblioteche pubbliche e quelle che appartengono a istituzioni d'interesse collettivo di carattere culturale, scientifico o educativo operano per garantire ai cittadini l'accesso libero e senza limiti allo studio, alla cultura e all'informazione; esercitano una funzione importante nello sviluppo e mantenimento di una società democratica permettendo l'accesso a tutti i cittadini, anche meno abbienti, a una vasta gamma di pensieri, idee e opinioni (Direttiva IFLA/UNESCO per lo sviluppo dei servizi delle biblioteche pubbliche, 2001); aiutano ad acquisire e migliorare le abitudini di lettura, specialmente tra la popolazione infantile e i giovani. Esse assicurano diffusione, conservazione e accessibilità alle opere di tutti i tipi, superando gli interessi commerciali, i limiti alla capacità di distribuzione delle opere e le imposizioni del mercato. Svolgono le loro attività senza finalità di lucro, economiche o commerciali, ricercando come unico beneficio lo sviluppo culturale, educativo e umano di coloro ai quali forniscono detti servizi, e, quindi operano per il miglioramento del livello educativo della società.
Considerato inoltre che Costringere le biblioteche a riservare parte del loro budget al pagamento dei "diritti di prestito" significa inoltre ridurre gli stanziamenti, in molti casi già insufficienti, per l'acquisto di libri o per organizzare altri importanti servizi offerti al cittadino. In Italia poi, l'introduzione della tariffazione sui prestiti aggraverebbe sicuramente una situazione in cui la lettura e il possesso di libri coinvolgono purtroppo una minoranza della popolazione.
Tenuto conto che Le biblioteche pubbliche e quelle che appartengono a istituzioni d'interesse collettivo di carattere culturale assolvono al dovere di corresponsione dei diritti d'autore al momento dell'acquisto degli stessi e non risulta essere vero che gli autori, per il fatto che i loro libri si possono leggere gratuitamente nelle biblioteche, perdano acquirenti. Al contrario, le biblioteche promuovono i libri e permettono che rimangano in circolazione per anni, quando nelle librerie, nel migliore dei casi, durano pochi mesi. Ed è proprio questo che permette di mantenere viva la presenza culturale di molti autori che altrimenti scomparirebbero dal panorama letterario quasi completamente!
PER I MOTIVI SOPRA ESPOSTI, IL CONSIGLIO COMUNALE DI DALMINE
manifesta il proprio parere CONTRARIO alla possibilità che il prestito pubblico realizzato dalle biblioteche pubbliche, che attualmente godono delle eccezioni previste nella legge sul diritto d'autore, possa essere assoggettato al pagamento di una remunerazione, ulteriore (per ogni libro "prestato") del diritto di autore e ad ogni aggiuntiva forma di tassazione.
IL CONSIGLIO COMUNALE DI DALMINE INVITA
La Commissione Europeaad assicurare il giusto equilibrio tra gli interessi di autori, editori, e quelli della società in generale e, quindi, a non imporre ai paesi membri il pagamento del prestito effettuato nelle biblioteche e nelle istituzioni pubbliche e di ricerca ma mantenga e promuova quanto stabilito dall'articolo 5 della Direttiva 92/100/CEE sul prestito: lasciando cioè invariata la possibilità che ogni Stato Membro ha di esimere determinate istituzioni dal pagamento di questa remunerazione.
Il Governo Italianoa farsi portavoce, presso la CE della "mobilitazione" di numerose istituzioni bibliotecarie e pubbliche, e promossa in Italia dalla Biblioteca Comunale di Cologno Monzese, della richiesta di recedere dall'iniziativa avviata e a ripristinare il diritto degli Stati Membri dell'UE di esonerare determinate istituzioni pubbliche dal pagamento dei diritti già versati.
Il Sindaco e il Presidente del Consiglio Comunalea trasmettere la presente mozione alla Presidenza del Consiglio italiano, ai Presidenti di Camera e Senato, alla Presidenza della Commissione Europea e ai parlamentari italiani e europei eletti nei collegi della Provincia di Bergamo.
Dalmine, 20 Marzo 2004
Marcello Saponaro Renato Daminelli Ivan Bugini Pasquale Poma Diego Parimbelli Raffaella Cattaneo Luigi Forcella Guglielmo Pellegrini Tarcizio Amboni |
sabato, febbraio 14, 2004
5.000 firme contro Coca-Cola. Che non si assume nessuna responsabilità
La Campagna REBOC (Rete Boicottaggio Coca-Cola) lancia la seconda fase di boicottaggio
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La campagna di boicottaggio della Coca-Cola raggiunge in Italia le 5.000 adesioni proprio in occasione dell’arrivo in Italia di Alvaro Uribe Velez, presidente della Colombia, teatro della repressione della multinazionale di Atlanta nei confronti dei sindacalisti del SINALTRAINAL. Nella mattinata di oggi un rappresentante della REBOC si è recato presso gli Uffici della Coca-Cola Italia a Sesto San Giovanni e ha consegnato le prime 5000 firme raccolte nelle mani del Responsabile Relazioni Esterne Nicola Raffa. La risposta della Coca-Cola alle 5000 firme è contenuta in un comunicato stampa datato 12 Febbraio 2004 che Nicola Raffa ha consegnato al rappresentante della REBOC ed in cui non si dice sostanzialmente nulla di nuovo rispetto alle pesanti accuse di coinvolgimento con i gruppi paramilitari che imperversano negli impianti di imbottigliamento colombiani e che stanno massacrando il sindacato SINALTRAINAL, con una repressione che ha portato all’assassinio di otto sindacalisti e ad innumerevoli sequestri, sfollamenti, torture ed intimidazioni nei confronti dei lavoratori, dei sindacalisti e dei loro familiari. Otto mesi di boicottaggio internazionale non hanno spostato di un millimetro la posizione della multinazionale di Atlanta che continua a sostenere la falsità delle accuse. “Ce l’aspettavamo – dichiara il rappresentante della REBOC – la Coca-Cola ha una lunga tradizione di scarsissima considerazione per le giuste rivendicazioni di lavoratori e consumatori, oltre che di violazione dei diritti umani, sociali e ambientali. A questo punto prendiamo atto del fatto che la Coca-Cola, al di là degli attestati di solidarietà formali offerti al SINALTRAINAL durante l’incontro pubblico di Dicembre a Roma e ribaditi in questo comunicato, continua a non assumersi le proprie responsabilità e protesta la propria innocenza con argomentazioni dirette e indirette che non reggono”. Per quanto riguarda le prime, Coca-Cola afferma che né la company né i suoi imbottigliatori colombiani intrattengono rapporti con i gruppi paramilitari e sostiene che questo è stato riconosciuto dal giudice di Miami. Non è così. Il giudice di Miami ha sostenuto l’esatto contrario, affermando che esistono prove sufficienti del coinvolgimento tra paramilitari e aziende di imbottigliamento, a partire dai rapporti comprovati tra dirigenti aziendali e capi paramilitari fino alla presenza dei paramilitari stessi negli impianti e addirittura sul libro paga dell’azienda, per finire con la “strana” coincidenza temporale tra le violenze dei paramilitari e le vertenze contrattuali tra Coca-Cola e il sindacato. Proprio per questi motivi nei confronti delle società di imbottigliamento il procedimento prosegue, mentre il giudice statunitense ha stralciato la posizione della Coca-Cola di Atlanta in quanto, secondo le sue valutazioni, il contratto di franchising (cosiddetto “accordo dell’imbottigliatore”) non dà sufficienti poteri alla Coca-Cola per intervenire negli impianti colombiani e modificare questa situazione.A prescindere dal fatto che l’accusa ha presentato ricorso contro questa parte della decisione, è la stessa Coca-Cola che rigetta l’argomentazione del giudice di Miami. Primo: la stessa Coca-Cola, anche in questo comunicato, non declina le proprie responsabilità rispetto ai comportamenti degli imbottigliatori colombiani ma associa pienamente la sua posizione alla loro, protestando infatti la loro innocenza, anche perché si è impegnata con un Codice di condotta firmato a Ginevra nel 1977 ad assicurare il rispetto dei diritti umani, sociali, sindacali ed ambientali per tutta la sua filiera produttiva, quindi anche presso fornitori, subfornitori e licenziatari. Secondo: la Coca-Cola possiede direttamente il 40% del capitale della Coca-Cola FEMSA, proprietaria a sua volta delle società di imbottigliamento coinvolte nell’accusa. Terzo: nessuno può pensare che la Coca-Cola Company con il suo strapotere commerciale e finanziario, al di là dei contratti esistenti, non sia in grado di influenzare il comportamento della Coca-Cola FEMSA e degli altri imbottigliatori, veri e propri licenziatari mono-marca che lavorano in esclusiva per la multinazionale di Atlanta, che ha quindi su di loro potere di vita o di morte”.
Per quanto riguarda le argomentazioni indirette, Coca-Cola si appoggia a tre pronunce contrarie alle accuse e al boicottaggio: - quella del sindacato SINALTRAIMBEC, che è però un sindacato di comodo creato dalla stessa azienda per scompaginare il SINALTRAINAL e recentemente soppresso dalla stessa multinazionale con la chiusura dell’impianto di riferimento ed il licenziamento di tutti i lavoratori; - quella della magistratura colombiana che ha stabilito l’estraneità del sistema Coca-Cola rispetto agli episodi di violenza ed intimidazione, ma il Procuratore generale dello Stato colombiano all’epoca era Jaime Bernal Cuellar, cioè colui che oggi è l’avvocato che difende Coca-Cola nel procedimento di Miami. Questo dovrebbe chiarire il suo grado di indipendenza. Inoltre l’ONU, l’OIL e innumerevoli ONG, tra cui Amnesty International, sono tutte concordi nell’affermare la totale inaffidabilità del sistema giudiziario colombiano, che assicura l’impunità nel 95% dei casi di violenza attuata dai paramilitari, percentuale che sale al 98% nel caso di gravi violazioni dei diritti umani. - quella della CGIL che, secondo la Coca-Cola avrebbe dichiarato infondati i motivi del boicottaggio. Anche questa è una palese falsità. Il sig. Nicola Raffa era presente all’incontro di Dicembre a Roma, quando Marco Gentile della CGIL da una parte confermò che il suo sindacato non concorda in linea generale con il boicottaggio come strumento di rivendicazione dei diritti dei lavoratori e dall’altra affermò che la stessa CGIL ha assunto l’impegno di sostenere le rivendicazioni dei sindacalisti colombiani, arrivando al punto di affiliare Edgar Paez, segretario internazionale del SINALTRAINAL, al fine di poter tutelare la sua vita in maniera diretta. “A questo punto – conclude il rappresentante della REBOC - visto che le 5000 firme raccolte in Italia e gli otto mesi di boicottaggio mondiale non sono stati sufficienti perché la Coca-Cola assumesse le proprie responsabilità e agisse di conseguenza, rilanciamo la seconda fase del boicottaggio, chiedendo alle 5000 persone e alle 60 associazioni che hanno aderito in Italia di produrre il massimo sforzo per ampliare ancor di più la campagna, con la raccolta di altre 5000 firme e la moltiplicazione sul territorio delle iniziative di boicottaggio”. |
giovedì, gennaio 22, 2004
Vivere e lavorare senza auto di proprietà
Indagine di Legambiente tra i soci di Milano Car Sharing
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Superato ampiamente il secondo anno d'esperienza con il progetto MilanoCarSharing, Legambiente presenta oggi alla Mobility Conference Exhibition di Milano i risultati della prima indagine sulle abitudini di mobilità dei propri utenti. L'indagine ha interessato i 410 soci di MilanoCarSharing, che insieme rappresentano circa il 30% di tutti gli associati a servizi di car sharing in Italia. Un dato che la dice lunga su quanto l'iniziativa “dall'alto” del Ministero dell'Ambiente e delle amministrazioni locali stia tardando a decollare. Il car sharing “dal basso” di Legambiente è nato più di 2 anni fa in collaborazione con Europe Assistance Vai e Touring Club Italiano, a regime di non-profit con pareggio di bilancio: un esempio di imprenditoria sociale che funziona. Tutto questo senza beneficiare in nessun modo di quella decina di milioni di euro stanziati dal Ministero dell'Ambiente per impiantare servizi analoghi in 6 città italiane, sotto il nome comune di ICS (Iniziativa Car Sharing). Tutti questi servizi messi insieme servono poco più di mille soci, di cui circa metà solo a Torino, e sono in perdita. La percorrenza totale dei soci ICS nello scorso anno è stata di 500.000 km, mentre il totale dei chilometri percorsi dai soci MilanoCarSharing è di 300.000. “Speriamo che il Comune di Milano – afferma Andrea Poggio, presidente di Legambiente Lombardia – se mai decidesse di far partire davvero un servizio di car sharing, sia capace di non buttare via tutta l'esperienza accomulata da noi e voglia studiare forme di integrazione tra il proprio servizio e il nostro”. Al momento le domande di adesione sono molte più di quante Legambiente ne riesca a soddisfare. Le lunghe titubanze dell'amministrazione milanese stanno bloccando la crescita del car sharing. Nel corso degli ultimi due anni infatti il Comune ha più volte annunciato come imminente la partenza del proprio progetto, creando incertezza sul mercato e frenando gli investimenti del car sharing indipendente e non-profit.
Il profilo e le motivazioni del socio car sharing. I soci del car sharing di Legambiente sono 410, in media giovani, per lo più liberi professionisti e laureati, quindi persone con una grande propensione all'innovazione. Tra le motivazioni che hanno spinto queste persone a scegliere il car sharing vi sono il risparmio di stress e di tempo (niente pratiche burocratiche, niente manutenzione, meno problemi di parcheggio: in tutto 47%). In seconda battuta vengono i risparmi economici, decisivi per il 39% dei soci. Le motivazioni “altruistiche” (migliorare la situazione del traffico) vengono molto dopo (12%): rinunciare all'auto di proprietà dunque non è un sacrificio fatto per il bene della collettività, ma una liberazione per il singolo. Il mezzo favorito dai soci car sharing è il mezzo pubblico (44%), seguito da moto/scooter (20%), auto (15%, incluso il car sharing), la bici (13%) e i piedi (3%). Nel 44% dei casi la scelta del car sharing è stata fatta nel momento in cui si trattava di cambiare auto.
”Si tratta commenta Poggio - di un'avanguardia di persone che, come i cittadini di molte grandi metropoli, ha capito che vivere in città senza auto di proprietà non solo è possibile ma conviene. Nel fare questo sono in buona compagnia: in grandi città come New York, Londra e Berlino l'auto di proprietà per i residenti è l'eccezione e non la regola. La maggior parte degli abitanti di queste città non possiede auto propria e usa di volta in volta il mezzo più appropriato: piedi, mezzi, bici e auto solo quando serve (taxi, autonoleggio, car sharing). A Milano al contrario sono immatricolate 950.000 auto, quasi 7 ogni 10 abitanti. In totale, contando anche le 800.000 auto che ogni giorno arrivano da fuori, si arriva ad avere 1,2 auto per abitante. Auto che nell'arco della giornata rimangono per lo più ferme in sosta (quelle che rimangono completamente ferme ogni giorno si stima siano intorno alle 200.000), con enorme spreco di spazio. Milano e la Lombardia sono quindi tra le aree che soffrono di più di uno dei grandi mali dell'Italia: l'alta concentrazione di autovetture private, la più alta in UE (senza contare il piccolo Lussemburgo). Il car sharing contribuisce ad alleviare questo problema, incentivando un utilizzo più morigerato e mirato dell'auto e riducendo il numero di auto in sosta.
Funzionamento: MilanoCarSharing anche per le aziende. Ogni volta che vuole procurarsi un’auto l’associato telefona al call centre e prenota la vettura per tutto il tempo per cui ne ha bisogno. A questo punto potrà ritirare l’auto presso uno dei 7 parcheggi convenzionati di Milano, dove la riconsegnerà al termine dell’utilizzo. La benzina è prepagata e, in caso di bisogno, sull’auto è disponibile una “carta di credito carburante” intestata a MilanoCarSharing per fare rifornimento. Il servizio è gestito da Legambiente senza fini di lucro. Per info: 02 45475777 in orario 9.30-13 e 14-18. Oppure: info@milanocarsharing.it e www.milanocarsharing.it
L'Ufficio Stampa 02 45475777 – 349 8785861
Fonte: Legambiente - Giovanni Pesce |
Cambiamenti climatici: Inghilterra esempio positivo in Europa
Il WWF, nell’ambito della Campagna Clima, sottolinea il ruolo positivo dell’Inghilterra nelle politiche di riduzione dei gas ad effetto serra. Bocciata l’Italia.
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Il governo inglese ha pubblicato il Piano Nazionale di Distribuzione delle emissioni, stabilendo le quote di gas serra l’industria inglese dal 2005 al 2007. Si tratta del “Piano di commercio delle emissioni” che gli stati europei devono presentare entro il prossimo marzo, ovvero la misura più importante dell’Unione Europea per combattere i cambiamenti climatici. Questo sistema consente agli stati più virtuosi, i cui piani d’emissione sono sotto il tetto consentito, di poter vendere quote o crediti di emissione. Invece gli stati che presentano piani che superano il loro tetto (in pratica chi inquina oltre il lecito) devono pagare multe salate o comprare quote d’emissione. Il sistema di “emission trading” pone un limite - o un tetto massimo - alle emissioni di gas serra da parte di industrie impegnate nella produzione di energia, raffinerie di petrolio, industrie di ferro e acciaio, industrie minerarie e cartiere. “Nonostante ci siano ancora alcuni dettagli da mettere a punto, il governo inglese ha tracciato la strada, afferma Stephan Singer, a capo della campagna clima del WWF Internazionale - le altre nazioni europee devono seguire l’esempio inglese e devono porsi gli stessi severi obiettivi se vogliono applicare il Protocollo di Kyoto. La Commissione Europea si deve assicurare che gli stati membri lo facciano”. Le azioni principali, indicate dal piano sono il supporto per la riduzione del 20% di CO2 entro il 2010, in linea con gli obiettivi nazionali inglesi che superano gli obiettivi previsti dall’Inghilterra nel momento della firma del Protocollo di Kyoto e il porre l’attenzione sul settore della produzione di energia elettrica, settore che possiede i mezzi finanziari e tecnici per fare le riduzioni necessarie. Direttive segnalate già nel rapporto WWF Power Switch, "Cambiamo energia". E’ essenziale che il National Allocation Plan guidi lo sviluppo e l’adozione di tecnologie a basse emissioni di CO2 e alta efficienza energetica. Il WWF raccomanda, inoltre, al governo inglese di dare l’opportunità al pubblico e ai rappresentanti di tutti i settori di commentare il Piano, mantenendo ovviamente l’integrità ambientale come linea guida. Gli altri stati membri dovrebbero seguire questo approccio. “Se tutte le nazioni avessero questi obiettivi, le compagnie a rischio potrebbero decidere di investire dal commercio di emissioni pulite” conclude Singer. In Italia la questione è definita dalla delibera CIPE, che però non arriva al livello di dettaglio del Piano inglese, lasciando molte incognite sull’attribuzione di quote di emissioni alle imprese. “Tutto ciò lascia pensare - sottolinea Andrea Masullo, Responsabile clima ed energia WWF Italia - che l’Italia non sara’ in grado nemmeno di avvicinarsi all’obiettivo del Protocollo di Kyoto, dunque il nostro Paese si troverà nelle condizioni di dover acquistare a caro prezzo crediti di emissione sul mercato”. Fonte: Wwf Italia |
Discriminazione e oppressione per motivi di razza e casta
Dal World Social Forum a Bombay, India
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Prima che il Forum di Mumbai iniziasse in tanti hanno affermato di temere che potesse diventare un Forum "troppo" indiano , dove cioè i problemi del Paese ospitante avrebbero finito per sovraffare gli altri. Cosi' non e' stato, e la conferenza organizzata a proposito di una delle oppressioni più sentite, quella dei dalits (senza casta), e' stata un momento di partecipazione collettiva sull'argomento della discriminazione. Gli esclusi per motivi razziali si trovano in tutto il mondo, vengono privati della loro dignità e lottano per riottenerla insieme con i diritti umani, non lo fanno per raggiungere il potere. In tutti i Paesi del mondo il sistema delle caste e' stato abolito già da trent'anni, anno più anno meno a seconda del posto, ma di fatto tutto e' rimasto tale e quale a prima e la discriminazione continua sostenuta da tutti i governi. I dalits di tutto il mondo vivono nella miseria e li si riconosce poiché sono gli esclusi, sono i più poveri, sono disoccupati e stanno ai margini delle strade. Essere un escluso, un non riconosciuto dalla società, significa non aver accesso ad alcun diritto, a quello della salute, dell'educazione, del lavoro e del cibo di conseguenza, della rappresentanza. I movimenti si sono schierati contro la globalizzazione che crea esclusione economica che va anche a peggiorare quella sociale e chiedono uguaglianza per tutti per un mondo la cui politica e i sistemi educativi smettano di essere razzisti e comincino invece a rispettare le leggi di uguaglianza già ottenute sulla carta. Il movimento dei dalits ha dimostrato l'importanza di portare il Social Forum in tutto il mondo, visto e considerato che per loro e' stato finalmente un momento di ascolto e spazio pubblico che mai avevano avuto. Poter essere al Forum ha ridato speranza al movimento e l'ha portato ad essere protagonista, e onestamente io non credo che questo possa essere il problema che invece teme chi credeva che facendolo a Mumbai il Forum si sarebbe concentrato troppo sui problemi indiani. Il punto e' proprio questo invece: proprio perché e' India, il Forum ha dato la possibilità a chi altrimenti non avrebbe mai potuto averla di ottenere un proprio spazio sociale; ora, se il Forum gira il mondo e permette ha tutti di avere questo spazio ha un senso, altrimenti troppi popoli, troppe oppressioni rimarrebero inascoltate proprio perche', a livello pratico, gli emarginati non possono certo salire su il loro bravo aereo e girare il globo per raggiungere il luogo di protesta. Vedremo cosa accadra' in futuro riguardo a quest'argomento, per ora ringraziamo i dalits per aver organizzato un momento cosi' sentito e cosi' forte senza scordarci mai che i dalits sono il mondo. Oltre ai protagonisti dell'emarginazione indiana sono intervenuti quelli per la lotta contro l'esclusione sociale nel Nepal, nella Nigeria, in Giappone e in Ecuador. La nepalese Durga Sob ha raccontato di come gli estremisti hindu abbiano portato il sistema delle caste anche nel suo Paese, dove i dalits sono circa il 20% e vivono in condizioni di miseria assoluta, proprio come in India. In Nigeria, ha raccontato Viktor Dike, i fuori casta sono considerate delle vittime sacrificali da uccidere insieme al re alla sua morte. Vengono raccolti in comunità distanziate dai centri abitati e vengono negati loro tutti i diritti, aumentandone la miseria che e' la peggior nemica dello sviluppo. I senza casta non possono essere toccati o chi lo farà si trasformerà in "uno di loro", sono come lebbrosi nella testa delle persone. Ma se la discriminazione e' ignoranza e pregiudizio, noi possiamo sconfiggerla con l'arma dell'educazione. I politici devono sostenere queste lotte uniti ai mass media che devono educare ai diritti umani. Con il contatto, il dialogo, l'educazione, si possono cambiare le attitudini mentali affinché ogni essere umano possa godere di libertà e di diritti. Blanca Chancoso ha iniziato l'intervento nella lingua del suo popolo, quello ecuadoreno, perché per loro che si sta battendo. In America latina ci sono stati 500 anni di discriminazione e razzismo, per tutto quel tempo gli indigeni hanno creduto di essere inferiori ai conquistatori e di non aver diritti, sopportando tutte le imposizioni, sopportando i governi che hanno sempre favorito chi detiene il potere economico dimenticandosi degli altri esseri umani. Per molto , troppo tempo e' stato negato loro il diritto alla salute, alla scuola, al lavoro , alla dignità, al mondo. La globalizzazione ha aumentato la discriminazione permettendo alle transnazionali di saccheggiare le risorse, aumentando il divario fra Paesi poveri e ricchi. La guerra per il possesso delle risorse degli altri Paesi esprime ancora una volta razzismo ed esclusione: dobbiamo combattere le transnazionali che combattono le guerre. Il WSF offre uno spazio importante in cui poter costruire un mondo pluriculturale, dove ci siano unita' delle diversità, rispetto del diritto all'uguaglianza come esseri umani e della differenza come popoli. I movimenti dei dalits di tutto il mondo vogliono un mondo dove i bambini non debbano più vivere per strada, ma dove tutti abbiano una casa un lavoro, una cultura, perché non esista più la parola "intoccabili".
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venerdì, dicembre 12, 2003
Crema anticancro
Cavolo, pomodoro, aglio, olio extravergine e peperoncino.
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PREMESSA: Che il cavolo bianco e tutte le cruciferae (broccoli, rapa, verza etc.) abbiano una spiccata attività anticancro è ormai cosa largamente risaputa, altrettanto dicasi per il pomodoro, il peperoncino, l'aglio e l'olio extravergine d'oliva, ovviamente e tutto tassativamente Bio. Esiste però una difficoltà ad accettare il cavolo a causa del suo gusto un po' forte e soprattutto dell'odore non propriamente piacevole che emana in fase di cottura. Si tratta solo di un'attitudine mentale errata. Se ci rifiutassimo di assumere tutte le cose che hanno un sapore pessimo o un'odore altrettanto sgradevole dovremmo rinunciare a molti medicamenti salvavita. Consideriamo dunque una buova volta il cavolo come un medicamento salvavita di lungo termine, se proprio non riusciamo ad accettarlo come cibo. Comunque ho elaborato questa ricetta soprattutto ad uso e consumo dei bambini che dovessero avere dei problemi nel consumare il cavolo bollito. Infatti questa facilissima crema di cavolo elimina il gusto e il colore poco invitante tipici del cavolo bianco, trasformandolo invece in una gradevole e colorata crema arancione, colore molto più apprezzato dai piccoli. COSA VI SERVE? Per 4 persone 1 Kg di cavolfiore bianco, tre grossi spicchi d'aglio, mezzo bicchiere d'olio extravergine d'oliva, 1 lattina di pomodori pelati da 400 gr, e 1/ 2 litro d'acqua microfiltrata, sale e una manciatina di peperoncino rosso macinato. COME SI PROCEDE: sfogliate e lavate il cavolfiore in acqua tiepida e bicarbonato, dopo venti minuti d'ammollo tagliate il cavolo a pezzetti, seguendo un po' la sua morfologia. Mettete in una larga pentola d'acciaio la metà dell'olio, l'aglio affettato e il peperoncino e a fiamma lenta fate imbiondire l'aglio, quindi togliete dal fuoco, e versate nella pentola il cavolo sgocciolato, rimestatelo bene, affichè si unga uniformemente e riponete sul fuoco, rigirando con un cucchiaio di legno per evitare bruciature. Non appena riterrete che il cavolo si sia rosolato, aggiungete i pelati, il sale e l'acqua. Rimestate di nuovo, coprite con un coperchio e alzate la fiamma. Dopo 45 minuti di cottura, che avrete controllato di quando in quando per evitare attaccature sul fondo ed eventualmente con integrazione di bicchieri d'acqua, spegnete il fuoco e riducete il tutto a crema con un frullatore ad immersione. Dopo una prima riduzione del composto, aggiungete il restante olio e frullate nuovamente intensamente per far emulsionare il nuovo olio coi liquidi contenuti nella pentola. La crema diventerà fine, omogenea e soffice e acquisterà un invitante colore arancione. L'acidità del pomodoro si legherà col sapore dolciasto del cavolo generando un delicato agrodolce molto appetibile. L'odore del cavolo sarà di molto ridotto. Versate in piatto con eventuali crostini. COME SI CONSUMA: Questa crema si può consumare sia calda che a temperatura ambiente, come piatto principale o come contorno di pesce o carne ma anche come condimento per la pastasciutta. Se avete preparato anche un passato di verdura, versando contemporaneamente i due composti, uno alla destra e uno alla sinistra del piatto, si potrà ottenere uno speciale effetto cromatico. NOTA: Si intende che in tutte le ricette di cucina biologica che e-Bio.it vi propone, gli ingredienti utilizzati derivino da Agricoltura o Zootecnia Biologica Certificata e che l'acqua impiegata sia microfiltrata col processo ad osmosi inversa che garantisce l'assenza di inquinanti d'ogni genere. Fonte: E-Bio |
giovedì, dicembre 11, 2003
Mai più pubblicità per le pellicce
Sabato 13 dicembre la LAV nelle piazze di oltre 80 città per chiedere nuove norme sull’etichettatura e il divieto di pubblicità, diretta o indiretta.
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Mai più pubblicità, diretta o indiretta, alle pellicce - così come avviene come avviene per altri prodotti che recano o possono recare danni fisici e sofferenze (sigarette, alcuni farmaci) - e nuove norme sull’etichettatura di tutti i capi contenenti e derivanti da spoglie di animali sottoposte a concia, che rendano obbligatoria l’indicazione della specie animale utilizzata, il metodo di allevamento e di uccisione, l’azienda di confezionamento e il Paese di provenienza. Sono le richieste avanzate dalla LAV al Governo e al Parlamento attraverso una giornata nazionale di sensibilizzazione che vedrà l’Associazione animalista presente, sabato 13 dicembre, nelle piazze di 80 città d’Italia per raccogliere le adesioni dei cittadini. A Macerata sabato 13 dicembre sarà possibile firmare la petizione a sostegno di questa iniziativa presso il tavolo LAV in Piazza Cesare Battisti dalle 16 alle 20. Ogni anno nel mondo sono 15 milioni gli animali selvatici e 29 milioni quelli d’allevamento ancora uccisi, con metodi crudeli, per la produzione di pellicce, e l’Europa è responsabile del 70% della produzione mondiale. Cifre sempre agghiaccianti ma che grazie alle campagne di sensibilizzazione delle associazioni animaliste, nell’ultimo decennio si sono ridotte, facendo registrare al settore della pellicceria un vertiginoso calo delle vendite, pari ad oltre il 30% su scala mondiale. Un’inversione di tendenza per questo settore specializzato in capi ad alto indice di crudeltà, che in Italia vede la progressiva scomparsa degli allevamenti di animali “da pelliccia”, passati dai 170 del 1988 ai 50 (di cui 35 di visoni) del 2002, ovvero meno dell’1% di quelli presenti sul territorio europeo che ne conta circa 6.000. Nonostante questo però, nei primi otto mesi del 2003 l’esportazione di pelli “grezze” (incluse teste, code, zampe, cascami e ritagli) dal nostro Paese nel resto del mondo ha registrato un preoccupante incremento: 144.000 kg rispetto ai 70.697 kg del 2002 e ai 1.747 del 2001 (fonte: ISTAT), che unito alla crescita del fatturato per l’anno 2002 (2.563 milioni di euro: + 11,3% rispetto al 2001. Fonte ANSA), evidenzia un settore che ha acquisito la capacità di diversificare la propria produzione riducendo quella relativa al classico cappotto di pelliccia (sempre meno richiesto) a favore dei capi rifiniti con pelliccia. “Il settore della pellicceria sollecita i consumatori attraverso il minor prezzo di un capo bordato di pelliccia, a cui si aggiunge la frequente assenza di un’esplicita etichettatura che indichi l’animale e il paese d’origine e che potrebbe rappresentare un importante disincentivo all’acquisto - dichiara Simona Cariati, responsabile nazionale LAV settore pellicce - Senza questa fondamentale fonte di informazione che è l’etichetta di un prodotto, un diritto che dovrebbe essere garantito ai cittadini per qualsiasi oggetto in vendita, i consumatori spesso non sono consapevoli di ciò che acquistano: spesso ritengono sintetiche alcune rifiniture in pelliccia oppure credono che gli inserti consistano in “avanzi” della produzione delle pellicce classiche. In realtà anche gli inserti appartengono ad animali appositamente uccisi per rubarne la pelliccia. La necessità di nuove norme che garantiscano un’esplicita etichettatura dei capi confezionati con pelliccia, nasce anche da un’esigenza di trasparenza per i consumatori, importante quanto quella garantita per altri prodotti che dividono l’opinione pubblica tra favorevoli e contrari - prosegue Simona Cariati - Ecco allora che in mancanza di una chiara etichettatura circa l’origine di un capo confezionato sacrificando, per pura vanità, la vita di milioni di animali, la pubblicità alle pellicce pone coloro che tirano i fili di questo mercato di morte in una posizione di forza rispetto ad un prodotto eticamente detestabile. Per queste ragioni la LAV chiede il divieto di effettuare pubblicità a pellicce o a capi con inserti di pelliccia e il divieto di presentare o illustrare capi interi o contenenti inserti di pelliccia in maniera da favorire la vendita e l’acquisto del prodotto in pubblicazioni stampa, trasmissioni radiotelevisive o altri messaggi non a carattere pubblicitario comunque diffusi al pubblico”. Per conoscere le piazze in cui sabato 13 dicembre sarà possibile trovare i tavoli della LAV e firmare la petizione indirizzata al governo e al parlamento per chiedere l’obbligo di etichettatura di tutti i capi confezionati con pellicce e il divieto di effettuare pubblicità, si può telefonare alla sede nazionale LAV, tel. 064461325, oppure consultare il sito internet www.infolav.org Fonte: LAV Macerata |
giovedì, novembre 27, 2003
Io faccio la mia parte!
Almeno un giorno alla settimana per un consumo equo e sostenibile.
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(Comunicato n. 6707-n) La nostra relazione con il mondo passa attraverso i nostri consumi. Se non modifichiamo il nostro stile di vita e non accettiamo di redistribuire le risorse in maniera equa tra le componenti umane, se non rispettiamo le necessità del pianeta e non riconosciamo alla biodiversità il diritto alla sopravvivenza e al rispetto... non sarà mai possibile nessuna pace. Secondo il metodo dell'Impronta Ecologica il nostro peso maggiore sul pianeta è determinato dall'alimentazione: nessun'altra scelta, che possiamo fare individualmente, ha un impatto così importante, almeno 1/3! E allora, per chi è convinto (e racconta agli altri!) che un mondo diverso è possibile, proponiamo la campagna "Io faccio la mia parte!": almeno un giorno alla settimana per un consumo equo e sostenibile. Con il nostro modo di pensare, di vivere, di consumare, noi siamo corresponsabili del sistema sociale in cui viviamo e la cui stupidità e ingiustizia contestiamo. Modificare il nostro stile di vita, cambiare (e limitare!) i nostri consumi non è cosa facile ma... è cosa indispensabile. Sappiamo che i cambiamenti nella storia avvengono con molta lentezza, ma sappiamo anche che prima o poi bisogna decidersi se davvero si vuole cambiare. Per questo, per cominciare a cambiare, proponiamo di praticare uno stile di vita corretto almeno per un giorno alla settimana, in quel giorno il primo passo da fare è, a nostro avviso, modificare la nostra alimentazione. Per nutrirci, noi (letteralmente) consumiamo il mondo, possiamo farlo con intelligenza scegliendo alimenti la cui produzione non distrugga il pianeta, oppure continuando con la nostra attuale dieta a base di carne e derivati producendo deforestazione, desertificazione, inquinamento chimico, sprecando quantità enormi di energia, di acqua, inquinando le falde, colonizzando i paesi più poveri, strappando loro i cibi vegetali che sarebbero utili per la loro alimentazione, causando il disastro della fame, giustificando le multinazionali che producono OGM, mantenendo gli squilibri tra paesi poveri e paesi ricchi con le conseguenze che tutti siamo in grado di valutare. E' inutile manifestare per la pace se non costruiamo le condizioni per la pace! Eliminare, per un solo giorno alla settimana, i cibi di derivazione animale dalla nostra dieta è solo la condizione di base per aderire alla campagna "Io faccio la mia parte!", chi vorrà potrà impegnarsi a consumare in maniera politicamente intelligente anche in altri settori: muoversi solo con i trasporti pubblici, non comprare nei grandi magazzini, acquistare solo prodotti biologici, ecc. Come si partecipa alla campagna: 1 - ognuno si sceglie un giorno della settimana per praticare un consumo equo e sostenibile. Sarebbe stato inutile decidere un giorno uguale per tutti, abbiamo tutti vite diverse, ognuno potrà scegliere il giorno più adatto alle proprie necessità e ai propri impegni; 2 - in quel giorno ti impegni (con te stesso) a modificare la tua alimentazione. Nel giorno della settimana che abbiamo scelto come il nostro giorno per un consumo equo e sostenibile non mangeremo prodotti di derivazione animale, così diminuiremo la nostra Impronta Ecologica di almeno un terzo; 3 - se vuoi farlo, puoi impegnarti anche in altre scelte di consumo equo e sostenibile. Chi vorrà, potrà decidere ulteriori modifiche ai propri consumi (nel giorno scelto) mentre compila il modulo di partecipazione alla campagna "Io faccio la mia parte!"; 4 - se partecipi ti chiediamo di comunicarci la tua adesione e di renderla pubblica. Una volta lette tutte le informazioni sulla Campagna, se sei d’accordo, compila il modulo; 5 - la campagna "Io faccio la mia parte!" non ha limiti di tempo. Sarà una specie di piccolo movimento che ci permetterà di fare politica non solo nelle riunioni, nei luoghi di studio e di lavoro, nelle manifestazioni, ma con la nostra stessa vita. Chi partecipa si impegna a diffondere e propagandare i contenuti della campagna tra i famigliari, gli amici, i colleghi, ecc.;
10 dicembre: manifestazione telematica La Manifestazione consiste nella spedizione alle Istituzioni, ai Partiti e alla Stampa dello stesso messaggio, nello stesso giorno, da parte di tutte le persone che ne condividono il contenuto. Non e' difficile, possono farlo tutti, il messaggio è pronto, basta fornire i propri dati e... cliccare!
il 10 dicembre è la giornata nazionale dei diritti Il 10 dicembre 1948 veniva promulgata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Vogliamo celebrare la giornata nazionale dei diritti impegnandoci in un piccolo atto, ma molto concreto, che ci avvicini per davvero ad un mondo diverso risolvendo i veri problemi che danno origine alle guerre.
Cosa puoi fare tu per la campagna e per la manifestazione? 1 - entra nel sito www.progettogaia.org; 2 - leggi le informazioni sulla campagna "Io Faccio La Mia Parte!"; 3 - invia un messaggio a tutti i tuoi conoscenti per invitarli a partecipare alla campagna e alla manifestazione telematica del 10 dicembre (puoi anche stampare il volantino); 4 - informa dell'iniziativa le Organizzazioni di cui fai parte e proponi loro di aderire e di partecipare ufficialmente; 5 - il giorno 10 dicembre entra nel sito www.progettogaia.org e comunica il tuo impegno alle Istituzioni e alla stampa.
Per partecipare - dettagli, motivazioni e dati: www.progettogaia.org Fonte: Progetto Gaia |
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